Vito Taccone

Vito Taccone, il ciclista abruzzese raccontato da Federico Falcone

Il camoscio d’Abruzzo, Vito Taccone: il ciclismo abruzzese è diventato grande e importante nel mondo grazie a lui.

Oggi si può conoscere e rivivere, per chi lo ha visto sui pedali, la sua storia di uomo e di sportivo grazie al giornalista di Avezzano Federico Falcone autore del libro “Vito Taccone. Il camoscio d’Abruzzo” edito Radici Edizioni.

Abbiamo approfittato dell’autore per farci raccontare qualcosa in più del suo esordio letterario.

Perché Vito Taccone per il tuo esordio letterario?

“Ci sono state una serie di circostanze la prima delle quali è che quest’anno ricorrono i 15 anni dalla morte del campione abruzzese. Inoltre il fatto che il suo nome e le sue imprese sportive siamo ancora sulla bocca di tutti, testimonia un interesse che non è mai sopito; aspetto che ho riscontrato nei primi due mesi di uscita del libro; senza contare l’attenzione verso il libro. Indice quindi che la scelta è stata oculata e ragionata, merito dell’editore Gianluca Salustri di Radici Edizioni che mi ha proposto Vito Taccone. Perché un libro sportivo? In realtà è un paradosso: nonostante abbia praticato sport, il rugby e scherma, nella mia professione giornalista non ho mai sviluppato un percorso attinente allo sport; quindi, nel momento in cui mi si è presentata l’occasione, non mi sono tirato indietro essendo una delle mie passioni”.

Storia, sport, storie di vita e storie di ciclismo.

“Premetto che nell’impostazione del libro l’editore mi ha lasciato carta bianca senza vincoli né rigidità, ho cercato quindi di scrivere come volevo: non piace infatti focalizzarmi su un argomento ma preferisco le contaminazioni, delle sfumature, del contesto perché raccontare una vita non può prescindere dal raccontare le origini e il contesto storico. In questo caso parliamo degli anni 60 come exploit sportivo ma anche degli anni 40, in piena Seconda Guerra Mondiale, in cui lui nasce e vive; è chiaro che tutto questo non poteva restare fuori dalla sua storia umana e sportiva: come si fa a capire determinate reazioni, approcci che Vito Taccone ha avuto senza andare a scavare nel passato e nel contesto in cui lui si è mosso?”.

Cosa ti ha lasciato questo libro dopo averlo scritto?

“In primis una sfida, quella di parlare di uno sportivo che non conoscevo appieno; è un lavoro e credo che da professionista ha lo stimolo di migliorarsi. E’ stato uno stimolo inoltre per confrontarmi con un livello con cui non avevo mai avuto a che fare, ho raccontato una storia delicata e attesa da una parte dell’opinione pubblica e spero di essere riuscito nell’intento che mi sono prefissato e cioè rispettare l’uomo”.

L’aneddoto o l’aspetto che più ti ha colpito nel corso della tua ricerca.

“Credo nei riflessi di ciò che avviene, molti sono gli episodi e gli aneddoti che personalmente mi hanno colpito; alcuni non li ho riportati perché era importante non uscire fuori tema; comunque, tra quelle che riportato, sono rimasto molto colpito da come vi sia stata questa coscienza da parte sua di voler cavalcare il sogno del ciclismo perché era un riscatto, un mezzo di sostentamento e un aiuto alla famiglia. Una perseveranza e una forza di volontà che andava oltre il lecito portandolo spesso a compiere furti o scazzottate ‘pro stampa’ in quanto era utile alla sua visibilità; ecco, il suo non avere scrupoli dettata però dalla sua vita difficile e complessa. Oltre questo però non c’è un episodio che mi sento di sottolineare in quanto metterebbe in secondo piano gli altri che fanno comunque la storia intera”.

Hai in programma di scrivere un altro libro, magari ancora di sport?

“Se me lo avessi chiesto tre mesi fa, forse avrei chiuso la telefonata… Ho chiuso il libro che ero stanco e svuotato dopo un anno di ricerche, incontri e interviste a cui si aggiunge la quotidianità. Adesso invece lo stimolo c’è e la curiosità anche in quanto scrivere mi piace; mi piace raccontare, narrare e portare a conoscenze le storie. Così come sono curioso e ambizioso e ho voglia di mettermi in gioco; poi su cosa o di chi ancora non lo so ma l’intenzione c’è”.

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