Tiziano Marino

Tiziano Marino, Bugno, Cunego e Hubner

Quando senti qualcosa dentro di te che ti appartiene sin dai primi anni di vita per Tiziano Marino quel qualcosa si chiama sport.

Prima come atleta, ora come giornalista e scrittore; insomma lo sport è un compagno fedele di vita di un ragazzo che ci racconta la sua storia di responsabile della comunicazione all’Albinoleffe Calcio e come autore di tre libri sportivi.

Vogliamo conoscerlo meglio? Buona lettura!

Tiziano Marino e lo sport, come si incontrano?

“Sono sempre stato un grande appassionato di sport. Da piccolo l’unica cosa che mi faceva brillare gli occhi in tv – oltre ai cartoni animati come per tutti i bambini – era lo sport, di qualsiasi tipo. Ho praticato judo fino alla terza elementare, dopodiché ho iniziato a correre in bicicletta. Erano gli anni in cui Pantani faceva emozionare il mondo intero, è stato quasi naturale diventare un grande appassionato delle due ruote. In terza media poi ho appeso la bicicletta al chiodo e mi sono dato al pallone, prima a 11 (fino ai 19 anni) poi al calcio a 5. A 25 anni mi sono trasferito a Hollywood, Los Angeles, dove ho vissuto per quasi 5 anni lavorando come corrispondente per un’agenzia che si occupava di cinema e tv creando contenuti per i settimanali/quotidiani/siti italiani. A quel punto ho accantonato definitivamente la pratica sportiva ma anche se mi occupavo di tutt’altro, lo sport è sempre stato nel mio cuore”.

Raccontaci del tuo lavoro: responsabile della comunicazione presso l’Albinoleffe calcio, in cosa consiste?

“Mi occupo di tutta la comunicazione relativa a una squadra professionistica che milita nel campionato italiano di Serie C, l’U.C. AlbinoLeffe appunto. Si tratta di gestire tutto ciò che concerne la comunicazione ovvero sito ufficiale, canali social (Facebook, Twitter, Instagram, LinkedIn e YouTube), cronaca degli eventi e delle partite relative a prima squadra, Settore Giovanile e Società, oltre che all’organizzazione di conferenze stampa e interviste ai tesserati. L’aspetto più divertente è sicuramente la possibilità di girare molto al seguito della prima squadra”.

Giornalista e scrittore: al tuo attivo tre libri di cui due dedicati al ciclismo, perchè proprio questo sport?

“Perché il ciclismo è sempre stato il mio sport preferito e quindi anche quello su cui mi sento più ferrato – insieme al calcio -, il che risulta fondamentale per riuscire a raccontare al meglio la vita di grandi ciclisti quali sono stati Gianni Bugno e Damiano Cunego”.

 “Per non cadere” e “Purosangue” rispettivamente la storia di Gianni Bugno e Damiano Cunego, ce ne parli?

Damiano Cunego era il mio idolo da ragazzino, quando seguivo il ciclismo del post-Pantani (Cunego ha vinto il Giro d’Italia nel 2004, anno in cui è venuto a mancare il Pirata). Una volta ritiratosi, sono riuscito a contattarlo grazie a un amico in comune, e insieme abbiamo deciso di mettere per iscritto le sue gesta. Mi trovavo ancora negli Stati Uniti, lui fortunatamente aveva in programma una vacanza proprio negli States e così il libro di fatto è nato a Los Angeles. Durante il giorno gli facevo da Cicerone a LA, la sera mi raccontava tutti gli episodi della sua carriera che mi sarebbero serviti per scrivere la sua autobiografia. Gianni Bugno invece per motivi anagrafici (sono del 1988) non ho potuto viverlo in prima persona. Però sono cresciuto in Brianza e per un grande appassionato di ciclismo come me, il suo nome è sempre stato qualcosa di speciale, un vero mito dello sport che più amavo. Nel 2020 ricorreva il trentennale delle sue prime grandi vittorie (Milano-Sanremo e Giro d’Italia 1990). Eravamo tutti chiusi in casa causa pandemia e così gli ho chiesto se gli andasse di mettere nero su bianco le sue imprese. Nonostante sia un uomo molto riservato, ha accettato di buon grado, anche perché gli piaceva l’idea che a scrivere la sua autobiografia fosse un giovane che non potesse essere influenzato dal fatto di averlo visto correre. Ci siamo incontrati più volte, dopodiché mi sono state di grande aiuto anche le testimonianze di molte persone che gli erano stati accanto nel corso della sua carriera (soprattutto ex direttori sportivi e compagni di squadra)”.

Il terzo libro invece, di cosa di occupa?

“Il terzo libro, che in ordine cronologico è stato il secondo, è l’autobiografia di Dario Hübner (Mi chiamavano Tatanka. Io, il re operaio dei bomber di provincia), grande bomber a cavallo tra gli anni Novanta e i primi Duemila, capocannoniere della Serie A nella Stagione 2001/02 con la maglia del Piacenza. Come Cunego, anche lui è stato tra i miei sportivi preferiti in gioventù. Una figura molto particolare, che incarna a tutti gli effetti il sogno di un ragazzo di provincia che riesce a sfondare nel mondo del pallone. È stato di ispirazione per tanti giovani della mia generazione, Calcutta gli ha anche dedicato una bellissima canzone”.

Perchè il lettore dovrebbe leggere almeno uno dei tuoi libri?

“Perché in tutti e tre i libri ho cercato di raccontare prima di tutto la persona, visto che lo sportivo è pressoché sempre qualcosa di noto. Chi conosce Cunego, Hübner e Bugno sa benissimo quanto siano degli uomini riservati. I libri svelano alcuni aspetti del loro carattere ai più ignoti, oltre che il dietro le quinte di imprese che hanno fatto la storia dello sport italiano e non solo”.

Hai già in cantiere altre opere editoriali?

“Al momento sono in quella fase di ricerca che spero mi porti ancora una volta a individuare un personaggio interessante e amato la cui storia non sia ancora stata raccontata. Qualche nome in testa ce l’ho, vedremo nei prossimi mesi se avrò la fortuna di poter raccontare la vita di un altro grande sportivo. Lo spero con tutto il cuore”.

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