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Storytelling sportivo, parlando con Jvan Sica

Raccontare storie non è mai passato di moda. I genitori che li raccontano ai figli prima di addormentarsi, i libri che raccontano da secoli storie…anche di sport.

E noi di questo parliamo, di storie di sport, di racconti di sport oppure, come si dice oggi, di storytelling sportivo.

Lo facciamo con chi di storie di sport ne fa una professione: Jvan Sica.

Chi è Jvan Sica?

Parti subito con una domanda molto difficile. Prima i dati oggettivi: sono nato a Salerno l’11 luglio 1980, sono alto 1,76 e peso 79 chili. Mi allargo con una profezia che fa riferimento anche alla mia passione: penso che la letteratura sportiva possa diventare il genere letterario più interessante degli anni 20. Ho cercato di sintetizzare al massimo”.

Nasce prima la passione per la scrittura o quella per il calcio?

Per forza di cose quella per il calcio, anche perché da bambino e ragazzo giocavo quasi 8 ore al giorno e non avevo tempo per leggere più di tanto. Pensandoci però, il mio primissimo ricordo di calcio è Juve-Liverpool dell’Heysel. Capii subito che non era solo un gioco”.

Il tuo primo libro di sport?

Il primo libro in assoluto non lo ricordo, ma ricordo tutte le volte che leggevo e rileggevo le analisi delle squadre partecipanti a Italia ’90 su Topolino. E poi leggevo, anche in questo caso fino a imparare tutto a memoria, le ultime pagine degli album dei calciatori”.

Hai invece progetti editoriali in cantiere?

Sì, a breve potrebbe uscire un libro sul 1977, l’unico anno in cui hanno giocato i tre più grandi campioni della storia del calcio, Maradona, Cruijff e Pelé. L’ho scritto insieme a Francesco Gallo e Alessandro Mastroluca. Poi sto scrivendo un libro su Baggio e gli anni 90, una cosa che mi sta facendo fare le ricerche più varie. Vorrei anche che fosse un libro importante per la nuova scrittura sportiva. Per questo motivo è ancora di là da venire”.

Storytelling oggi, il racconto ieri: c’è davvero così tanta differenza?

No, la dimensione narrativa è una costante da Omero in poi. Anche allora c’era la voglia di raccontare una sfida sportiva in fondo. Due squadre, due capitani, le strategie per vincere, la difesa a uomo, quella a zona, le wags, gli allenatori. C’era già tutto. Mi pare pure il calciomercato”.

Perché secondo te la letteratura sportiva è messa in un angolo dall’arte dello scrivere?

Perché gli autori che hanno scritto di sport quasi sempre hanno pensato di fare un genere per palati grossolani. E allora si sceglievano storie scialbe, scritte nella maniera più semplice possibile. Ma sta cambiando tutto”.

Cosa si può fare per migliorarne la condizione?

“Credo che stia succedendo proprio quello che speravo, ovvero che nuovi autori stanno approcciando allo sport con logiche narrative differenti. E questo accade per la letteratura, il cinema, le arti, i nuovi media e i media pre-digitali. Serviva solo questo, uno sguardo nuovo a una materia ricchissima perché popolare e con grande impatto sociale”.

Quali giornalisti e/o scrittori hanno fatto la differenza nello storytellare/raccontare lo sport?

“In questa fase il numero uno è Federico Buffa. È stato lui ad aprire la porta e adesso tanti stanno camminando nel nuovo appartamento che ci ha fatto conoscere. In letteratura invece, il pioniere in Italia è Sandro Modeo”.

In tempi di Coronarivus è necessario restare a casa, e tra le tante cose che possiamo fare è leggere: 5 libri di sport che ti senti di consigliare ai lettori?

Cristiano Ronaldo. Storia intima di un mito globale di Fabrizio Gabrielli; I Duellanti di Paolo Condò; La partita di Piero Trellini; Il Barca di Sandro Modeo; Un giorno triste così felice di Lorenzo Iervolino“.

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