La vita di ciascuno di noi è fatta di tanti tipi di limiti: sociali, individuali, esterni, interni. E sportivi.
Lo sport dunque ha dei limiti? Sì, e sono dei tabù. Quelli che troppo spesso vivono le donne che vogliono fare attività sportiva, le donne che fanno attività sportiva.
Non è facile per il sesso femminile arrivare ad alte cariche economiche, sociali, politiche, amministrative e chi più ne ha più ne metta.
Nello sport può essere più facile? No, non è lo assolutamente, non lo è per niente perché la maggior parte degli sport sono appannaggio degli uomini, alcuni definitivi proprio maschili e anche in quelli solitamente femminili c’è qualcosa che manca: il professionismo.
In questo però un plauso va al nostro paese che ha riconosciuto il professionismo nel calcio femminile (la Serie A); finalmente “quelle che giocano a calcio” possono dire che come mestiere fanno le calciatrici.
Tutto risolto? No. È un piccolo grande passo in un meccanismo enorme che ci vede ancora anni luce, almeno nel calcio, lontane a tante altre realtà europee e mondiali.
I limiti e lo sport per le donne è al centro del libro di Mara Cinquepalmi “Tabù. Di donne, di sport e informazione” (2025, Aughedizioni); un testo nel qualche la giornalista analizza le problematiche dello sport femminile sotto diversi punti di vista a partire dal linguaggio informativo.
C’è un punto di vista del quale l’autrice parla sul finire ma che ha una valenza primaria nel mondo dei tabù sportivi femminili: la maternità.
Essere una donna mamma e atleta (professionista e non) è ancora un concetto non esattamente chiaro a livello sociale e culturale.
Nel 2026 per molti (purtroppo) fa strano pensare a una donna che gareggia a livello mondiale con un figlio (piccolo) che l’aspetta a bordocampo.
Sul tema, nel libro Mara Cinquepalmi afferma: “L’informazione sportiva tende a dividere le mamme in due categorie: quelle degli sportivi e le atlete stesse. Storicamente alle prime viene riconosciuto il ruolo di angelo del focolare, i cui sacrifici hanno permesso di allenare quasi sempre un campione – molto raramente si parla delle mamme atlete – ma di recente i media ci danno conto delle ‘mamme-manager’ che si occupano dei loro campioni.”
La giornalista offre un importante spaccato sul mondo comunicativo, su come il giornalismo sportivo parla e scrive dello sport femminile.
“Sarebbe anche utile cambiare il linguaggio, io lo chiedo alle mie giocatrici: non dite marcatura a uomo, ma individuale.”
Questa è una frase riportate nel libro ma non è di un giornalista bensì dell’ex Ct della Nazionale femminile di calcio Milena Bertolini nel giugno del 2019 alla vigilia del Mondiale in Francia (competizione che segna uno spartiacque per il mondo calcistico femminile) in un’intervista su “La Repubblica”.
Tante le atlete che Cinquepalmi cita come pioniere che hanno lottato contro pregiudizi e falsi miti ma che hanno lasciato la porta aperte alle future generazioni:
Ondina Valla, la prima atleta italiana a vincere la medaglia d’oro alle Olimpiadi;
Teresa De Filippis, prima donna a correre in Formula1 nel 1958;
Alfonsina Strada, prima donna a partecipare al Giro d’Italia nel 1924;
Irma Testa, prima atleta a vincere una medaglia olimpica.
I tabù sportivi restano, ma tante sono le sportive pronte ad abbatterli così come è importante leggere, raccontare, narrare di loro e della forza delle donne di crederci sempre oltre ogni limite.
