Katia Serra: “Il colore del calcio è l’azzurro per tutti e tutte”

commentatrice1Grinta. Questo è il termine che mi è balzato in mente sin dalle prime parole pronunciate al telefono da Katia Serra. Un’atleta a 360 gradi: da calciatrice internazionale, ad allenatrice dell’Under 14 femminile campione d’Italia nel 2002 e attualmente commentatrice per Rai Sport del calcio femminile e Lega Pro maschile ( l’unico e il primo caso almeno in Italia).

“Un ruolo inedito e fuori dagli schemi – ci dice Katia Serra – quello dell’approfondimento tecnico delle gare maschili. Un ruolo che mi gratifica e mi auguro possa fare da traino per tutto il movimento calcistico femminile. Ritengo infatti che la nostra vera vittoria non sia tanto quello di essere più brave dei maschietti, ma quello di ‘imporsi’ nel movimento calcio maschile in generale, in ogni suo contesto”.

Un concetto e un obiettivo che si lega strettamente alla lotta che Katia Serra fa da 15 anni alla definizione del calcio femminile “rosa”: “Ritengo questo termine discriminante – precisa l’ex calciatrice – perché il calcio è di tutti, per tutti, trasversale e si può giocare per tanti motivi che vanno dal divertimento, al lavoro oppure per semplice voglia di stare insieme tra amici. Doverlo relegare in un termine solo perché giocato dalle ragazze è ghettizzante; come del resto lo è lo società che classifica i maschietti con il blu e le femminucce con il rosa. Il calcio non è questo: il colore della Nazionale è l’azzurro e vale per tutti coloro che giocano a calcio. È l’unico sport in Italia a essere classificato e diversificato: avete mai sentito distinguere la pallavolo maschile e femminile? Oppure di nuoto maschile e femminile? Non mi pare… Ad ogni modo però ho notato negli ultimi tempi una sensibilizzazione crescente, spero si continui su questa strada”.

Quindi rispetto ai tempi in cui hai iniziato, le cose sono cambiate.

“Sicuramente. Quando ero piccola, non potevo nemmeno giocare con i maschi. Oggi, per fortuna, le bimbe hanno un percorso semplificato e il calcio non è più un oggetto misterioso. Un percorso frutto delle nostre lotte e di chi ci ha preceduto e di cui sono molto orgogliosa. Un conto infatti è lottare su tutto e per tutti, un conto è lottare per crescere e affermarsi come fanno le calciatrici di oggi”.katia serra

Hai giocato anche in Spagna, cos’è lì il calcio femminile?

“Sin dai miei tempi la Spagna era superiore sotto ogni punto di vista: qualitativo, tecnico e di accettazione delle calciatrici. Il nostro paese è tradizionalmente conservatore e impiega molto tempo per metabolizzare le novità. Eppure il movimento calcio femminile italiano ha potenzialità enormi da sviluppare ma si fatica a crescere”.

Se guardi alla tua carriera, qual è il primo ricordo che hai?

“La vittoria in Coppa Italia con il Lugo contro il Fiamma Monza. Un ricordo speciale sia perché segnai tre gol, sia perché è l’unico trofeo vinto dalla squadra”.

Abbiamo dei talenti che potrebbero portare in alto la Nazionale di mister Cabrini?

“Non parlerei di talenti ma di brave calciatrici, come Sarà Gama attualmente al Paris Saint Germain per esempio, che hanno avuto il merito di andare fuori dall’Italia per crescere professionalmente. È brutto parlare così ma è la realtà, anzi proprio per la loro caparbietà e coraggio di lasciare il paese, oggi, la loro scelta può diventare una stimolo per la Nazionale. All’estero si giocano campionati completamente diversi dal nostro con un’intensità e ritmo che poi si ritrovano nelle gare internazionali e, proprio per questo, le azzurre che giocano fuori sono più preparate fisicamente e psicologicamente. Devo comunque dire che una la Gabbiadini, per citarne una che ha scelto di rimane in Italia, a me piace moltissimo”.

serra-dalessioSogni da realizzare?

“Parecchi. Uno su tutti: commentare la Nazionale maschile, sarebbe un traguardo storico per noi donne. Inoltre vorrei che nelle grandi squadre come Milan, Inter, Juventus ci fossero squadre femminili sullo stile di Bayern Monaco e Psg cioè capaci di creare una vera  e propria filiera a partire dalla scuola calcio. Questo perché credo che solo con una sinergia con l’ambiente maschile, il calcio femminile può trovare la strada dell’affermazione. Infine vorrei vedere al vertice del movimento femminile una donna perché solo chi conosce e ha vissuto la storia di un contesto, è in grado di porre le basi per un futuro migliore”.

Forse, nella quotidianità, basterebbe molto poco per far sentire una donna pienamente calciatrice… Vi starete sicuramente chiedendo a cosa mi riferisco. Forse, per dirne una, sarebbe sufficiente che i maschietti la finissero di fare domande del tipo: “Come fate a stoppare di petto?”.

 

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