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Io e il calcio: ieri, oggi, e domani?

di SIMONE BIANCOFIORE

Ci dicono che il mondo va avanti. Io credo che questa sia una frase tanto importante quanto potente. Restare aggrappati al passato non ci aiuta a progredire, ad andare avanti.

Però, vuoi mettere 20 anni fa, quando la Pay TV non era ancora così sviluppata, anche il Televideo aveva un ruolo centrale nella vita di noi tifosi?

Ricordo che il mio primo abbonamento a Mediaset Premium risale al 2009. Prima vivevo la mia squadra attraverso la radio, qualche partita scroccata da mio zio abbonato a Sky e, appunto, il Televideo. Ma avevo una quarta opzione, che adoravo.

Quando ero piccolo e dovevo andare a scuola, i miei genitori mi facevano “andare a letto presto” e quindi non riuscivo a seguire le partite fino al 90’.

Ricordo di aver fatto un patto con mio padre: lui andava a lavorare molto presto al mattino, intorno alle 5-6, e mi lasciava sul comodino un foglietto con il risultato della partita e i marcatori. Mi svegliavo decine di volte per l’ansia del risultato. Posso assicurarvi che quel piccolo foglietto aveva un’incidenza sul mio morale che poteva durare anche una settimana.

Sono felicemente interista, una passione e un amore nati grazie a un campione del passato, Bobo Vieri. Nonostante la mia famiglia fosse interista, mai nessuno mi ha fatto pressione sul tifo. Ho scelto liberamente, perché in quel tempo il calcio era tutto per me. Ho sempre avuto un rapporto romantico con quei colori: mio nonno mi ha sempre trasmesso come amare in maniera sana l’Inter. Sana, perché essere tifosi dell’Inter non è certo facile.

Posso assicurarvi che la mia infanzia non è stata semplice. Sono nato nel ’95 e sono interista da quando avevo 3-4 anni. Ho vissuto — almeno inizialmente — l’epoca peggiore per un tifoso interista.

Ho ancora nella mente il 5 maggio 2002, quando ero seduto davanti alla TV di mia nonna a vedere “Quelli che il calcio”. Poteva essere il “mio primo scudetto”, ma si trasformò in un incubo. E sì, in quegli anni si faceva fatica a esultare.

Poi, invece, ho avuto la fortuna di gioire tantissimo, vincendo tutto. Sin da piccolo avevo il desiderio di abbonarmi allo stadio: mentre scrivo questo pezzo, mi trovo sul pullman in direzione Milano, perché tutto è diventato realtà.

La domanda che mi ha posto Francesca è stata “bastarda” — ovviamente non in maniera dispregiativa. Bastarda, perché sono anni che analizzo come l’amore per il calcio sia cambiato. Non riesco ancora a capire se sia maturato o se si sia sgretolato completamente. A volte mi illudo, scelgo di farlo in maniera voluta.

Mi illudo di vivere quel tipo di calcio: un calcio fatto di attese.

Ricordo quando la Gazzetta dello Sport per me era come un testo sacro. Attendevo con ansia di leggerla, sia per i post-partita, le notizie di mercato, sia per calcolare manualmente i voti del fantacalcio. Era diverso, quell’attesa era incredibilmente bella. Il mio sogno è sempre stato quello di scrivere sul giornale cartaceo, perché quei ricordi sono ancora nella mia testa.

Oggi è tutto il contrario: oggi avvengono persino interviste in diretta tra primo e secondo tempo. Tutto per la spettacolarizzazione del prodotto. E, francamente, a me non piace. Per non parlare dei social. Non mi voglio esprimere a riguardo, dico solo che provo ribrezzo.

Oggi anche il ruolo del tifoso è cambiato. Oggi meglio si pensa più ad essere più anti tifosi delle altre squadre che tifosi delle proprie. Deplorevole.

In questo momento della mia vita mi sento un chirurgo: sto veramente vivisezionando il mio amore per il calcio. Posso ritenermi molto fortunato perché ho modo di lavorare nel calcio in prima persona.

Vengo da un’esperienza da addetto stampa in una squadra abruzzese di Serie D, dove ho preso uno schiaffo tremendo (forse anche più di uno), perché il calcio di oggi è fatto di persone opportuniste, di chi non comprende il tuo lavoro, l’impegno, la dedizione, di chi gioca sui sentimenti delle persone e manipola stampa e intere città.

Quindi oggi, a chi mi chiede cos’è per me il calcio, rispondo che preferisco accendere la TV, vedere la partita e basta.

Non mi va — in questo momento — di rientrare in un meccanismo malato. Quel meccanismo che probabilmente ha contaminato il mio amore per il calcio, un amore che indubbiamente è stato stravolto, dove i soldi, purtroppo, hanno la meglio sulla passione, sull’amore e sui sentimenti.

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