Il Vate che inventò lo scudetto

Questa volta raccontiamo la storia del calcio o meglio, la storia di quel simbolo che ogni anno le squadre si cuciono sul petto quale simbolo della vittoria del proprio campionato: lo Scudetto. E Postcalcium la racconta attraverso le parole di Luciano Russi, rettore dell’università degli studi di Teramo dal 1994 al 2005 e scomparso prematuramente nel 2009, in questo articolo de Il Messagero del 2008. Un pezzo di storia importante che sono onorata di riproporre e per il quale ringrazio Enrico Di Carlo.

Vladimiro di Stefano

Il Vate che inventò lo Scudetto

Tratto da ” Il Messaggero” di venerdì 29 Febbraio 2008   
 di LUCIANO RUSSI

NELL’AUTUNNO del 1887, tra scappatelle a Venezia, nascita del terzo figlio e l’attività di giornalista, d’Annunzio ha modo di tornare a Pescara, da dove raggiunge il Cenacolo di artisti che Michetti tiene aperto a Francavilla al mare. Proprio in quegli stessi giorni dall’Inghilterra, Francesco Paolo Tosti ha riportato un pallone di quasi un chilo di cuoio, con una camera d’aria gonfiata attraverso un budellino, settanta centimetri di circonferenza approssimativamente sferica cucita a mano con stringhe. Il pallone viene portato in spiaggia e chi subito se ne appropria è Gabriele, e non solo perché, ventiquattrenne, è il più giovane. La sua vitalità e la sua onnivora curiosità lo spingono a cercare di addomesticare l’oggetto, peraltro prezioso, costando un quarto del salario medio di un operaio italiano. S’improvvisa calciatore, inventa palleggi, prova qualche tiro. Ma colpisce di testa, calcolando male un rimbalzo, e si scheggia due denti.Il neofita footballeur racconta l’episodio alla sua appena conosciuta, e subito adorata, Barbarella: «ieri pomeriggio cercando di colpire con il mio piede così prensile, il sinistro, una palla di ottimo cuoio… fallisco l’impatto e precipito a terra, senza appoggio di mani… Quanto sangue ho versato amore mio!».

L’infortunio diventa ben presto l’occasione eroica e poi erotica per essere confortato con parole e opere. Egli può quindi considerarsi il primo infortunato in un’azione di gioco; quel gioco del calcio che al nord sta appassionando grazie a pionieri come James Spensley, un medico sbarcato a Genova con i palloni di cuoio e che con altra perizia è diventato il primo mito dei giovani calciatori. Anche d’Annunzio lo conosce e con la sua guasconeria scriverà di voler «oscurare la gloria del dottor Spensley». Non al gioco del calcio ma al biliardo. Non aveva tutti i torti, perché un referendum della “Gazzetta dello sport” lo proclama “atleta” dell’anno 1921. Che cosa ha portato a scegliere unanime il Poeta? Certamente il duce dell’icareo volo su Vienna: «Vorremmo tutti ricordare e premiare – si legge nella motivazione – gli aviatori di Vienna, ma ciò non potendo, ricordiamo e premiamo l’ideatore, chi soprattutto, pur valoroso e fiero soldato, seppe volere che all’atto fosse tolto il fine cruento, per attingere una meta ben più alta e gloriosa: la fraternità dei popoli martoriati, la volontà di un avvenire migliore». Ma certamente anche il suo atteggiamento verso lo sport fatto di attenzione culturale e di pratiche quotidiane.Franco pasqualone
Certamente ha inciso sulla nomination anche quanto è successo a Fiume nel 1920. Al campo sportivo di Cantrida viene organizzata il 7 febbraio una sfida calcistica tra la squadra cittadina dei fiumani in neroverde stellato e una rappresentanza di volontari dannunziani in camicia azzurra e calzoncini bianchi. All’ora prevista, salutato da forti “alalà”, prende posto in tribuna d’Annunzio che, quando la partita inizia, certo non può fare a meno di ripensare al suo colpo sulla spiaggia di Francavilla di trentatre anni prima ma anche di riflettere sulle fortune impreviste del football. Lo gratifica il fatto che per l’occasione egli ha ideato un nuovo simbolo sulla maglia della squadra: uno scudetto bianco-rosso-verde, all’altezza del cuore, conformato sulla foggia sannitico antica. Quello scudetto l’aveva elaborato ai tempi del volo su Vienna, ma l’occasione fiumana gli era sembrata propizia per sostituire, anche polemicamente, lo scudo crociato bianco e rosso della dinastia savoiarda. Nell’intervallo, vuole incontrare i capitani e a quello dei cittadini fiumani, alludendo ai forti colpi di testa dati al pallone, dice: «Voi siete veramente delle teste di ferro». Lo scudetto dannunziano, dopo peripezie, cambiamenti e sparizioni, riapparirà nel 1947 a Firenze in occasione di Italia-Svizzera e ancora oggi è appuntato sulla maglia della Nazionale. L’incontro di Fiume continua avvincente e leale ma i dannunziani perdono per uno a zero. Naturale quindi chiedere la rivincita, subito fissata per maggio. A chiederla è soprattutto d’Annunzio. Chi, come lui, non accetta facilmente la sconfitta, è convinto di potersi rifare e con tali speranze domenica 9 maggio 1920, alle ore diciotto, arriva al campo, con una scorta d’onore. Fatte disporre le squadre, tiene un discorso con cui esalta il gioco del calcio richiamandone i precedenti fiorentini e valorizzandone le analogie con la battaglia. Vincono però, ancora una volta, i cittadini fiumani per due a uno sui dannunziani che avevano perso l’occasione di portarsi in vantaggio con un rigore. Chissà se, scaramantico com’è, nell’esito negativo il Comandante non veda nubi sull’esperienza fiumana che tante preoccupazioni hanno dato e danno a Nitti e Giolitti. Può anche essere, ma l’importante è che ormai le attività sportive s’inquadrano in una nuova concezione della vita e della cultura. Come scriverà lo stesso d’Annunzio di suo pugno nella “Carta del Carnaro”.

 La prima foto sulla sinistra è di Vladimiro Di Stefano; la foto sulla destra è di Franco Pasqualone

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