Daniele e Dario

Daniele e Dario: amici per sempre

Quando non pensi mai che quel giorno possa arrivare: fare un’intervista a qualcuno il quale, dopo meno di un anno, non c’è più.

Non mi era mai capitata una cosa del genere… E non è facile accettarlo specie quando, quella persona, ti ha trasmesso una passione e una competenza così forte da farti appassionare anche a te.

Questa è stata la mia sensazione (forte) quando ho intervistato Daniele Nardi, l’estate 2018. Daniele era ospite al Festival Rocky Marciano di Ripa Teatina e, grazie all’ufficio stampa della kermesse, ho avuto modo di parlarci.

Oggi Daniele non c’è più, sta nel posto che tanto amava: la montagna; i grandi massicci l’hanno voluto per loro. Per sempre.

Oggi ho voluto ricordare Daniele Nardi con le parole di un suo amico, un grande collega: Dario Ricci.

Vi lascio alle sue parole.

Mi avevano teso un inganno, una trappola, una vera e propria imboscata. Il gatto e la volpe, o il poliziotto buono e quello cattivo: insomma due attori consumati, due truffatori incalliti che di certo s’erano messi d’accordo per fregarmi.

“Ma si Dario dai, vedrai, niente di che: si tratta di arrampicare qualche metro e poi ci facciamo una lunga passeggiata….”, aveva detto l’uno, sornione.

 “Qualche metro? Al massimo cinque o sei, poi spiana, anzi no: per essere corretti, si sale in progressione, quasi senza sforzo…” aveva precisato l’altro, serafico.

E io, che di arrampicate, scalate, alpinismo, imbragature, moschettoni, ne capivo un accidenti, c’ero cascato con tutti e due i piedi, come si dice.

Il gatto e la volpe in questione erano proprio loro due: Daniele Nardi, alpinista ed esploratore, e Vittorio Misiti, giudice appassionato di montagna (e anche, in verità, a sua volta buon alpinista…), che per Daniele è sempre stato una specie di secondo papà. In mezzo c’ero io. Non solo metaforicamente. Ma, proprio nel senso letterale, io ero in mezzo: Daniele in testa, Vittorio sotto di me; ed io appunto in mezzo a quella maledetta ferrata sul Col de Bois, dove io li avevo spinti, ma loro mi avevano letteralmente poi trascinato con l’inganno.

A muoverci fin lì, tra il Lagazuoi e la Val Travenanzes, sulle Dolomiti sopra Cortina, era stata la passione mia – condivisa con ugual entusiasmo da Vittorio – per la Grande Guerra e la sua storia.

Eravamo nel settembre del 2014, alla vigilia dell’inizio delle celebrazioni italiane del Centenario per la Prima Guerra Mondiale. E allora avevo proposto a Daniele di seguirmi lungo il sentiero della Storia: lo avrei guidato alla scoperta delle vite degli sportivi italiani che avevano incrociato il loro destino con quell’immane tragedia.

Lui, di contro, sarebbe stato la mia guida sul suo terreno preferito, la montagna, tra le rovine che ancora oggi conservano memoria di ciò che accadde allora. Ne sarebbe nato poi un nuovo libro, il nostro secondo, dopo quell’In vetta al mondo (edito nel 2013 da Infinito Edizioni e due anni dopo da Bur) che era stato il primo frutto della nostra amicizia, nata nel 2010 in uno studio di Radio24, dove avevo ospitato Daniele per un’intervista alla vigilia di una suo nuova spedizione in Himalaya.

Cene, incontri, telefonate, presentazioni, meeting di lavoro, risate e chiacchiere in libertà: di strada insieme ne avevamo fatta parecchia fin lì, ma da lì in poi rischiavamo davvero di non muoverci più.

Si perché sopra di me, la vetta del Col de Bois era ancora piuttosto lontana; e sotto, beh sotto ai miei piedi c’era già più di qualche centinaio di metri (o almeno tanti a me sembravano…) di un lungo strapiombo verticale. E io ero lì, aggrappato alla ferrata, inchiodato come un mulo che non vuol saperne di fare anche il pur minimo passo in qualsivoglia direzione.

“Adesso ci penso io, stai tranquillo!”: non avevo fatto in tempo a capire neppure chi avesse pronunciato quelle parole, che Daniele già era arrivato al mio fianco, e con un’energica spinta dal basso sulle mie natiche, unita a un paio di buoni consigli tecnici, mi aveva tolto in un istante da quella situazione d’imbarazzo, dandomi l’abbrivio, la forza e il coraggio per riprendere la via verso la cima.

“Che ti dicevo io? Non è difficile…”: Vittorio s’era gustato la scena da qualche metro più in basso, e non aveva resistito alla tentazione di prendermi in giro, ricevendo in cambio qualche mia benevola maledizione!

C’eravamo arrivati poi in cima, quel giorno, o meglio su un piccolo altipiano che introduceva alla cima, ma che era diventato punto d’incontro per tutte quelle persone, che quella domenica di fine agosto, avevano voluto regalarsi una giornata di sole, montagna e leggerezza.

E da quell’escursione nacquero poi le pagine de La migliore gioventù, proprio il libro dedicato agli sportivi italiani durante la Grande Guerra che avevamo progettato di scrivere.

Ma oggi, che il tempo ha cominciato a erodere i dettagli color seppia di quelle giornate, e che lo spirito di Daniele alberga e si divide tra il Semprevisa e lo Sperone Mummery, quel che mi resta è il suono cristallino delle risate che ci facemmo in quelle ore, la luce distesa dei nostri sorrisi, quell’aroma forte e indelebile di cui solo l’amicizia riesce a impregnarti la vita e l’anima.

Dario Ricci        

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