La violenza negli stadi, un approccio psicologico

Grazie alla preziosa collaborazione di Alessandra Petrucci, psicologa dello sport, per questo intervento

ViolenzaIl calcio è passione, è entusiasmo, il cuore batte forte all’inno della propria squadra. L’appartenenza a diversi gruppi fornisce la base psicologica per la costruzione della propria identità sociale. Tra il tifoso e la squadra si crea un forte legame di identificazione. L’ultrà utilizza un linguaggio comune, veri e propri segni e simboli di riconoscimento, si sente parte integrante della propria squadra, fa sue le vittorie, così come le sconfitte. Se la squadra vince, parte del merito è anche suo che la segue, la difende, la incita con cori e slogan.

La psicologia sociale ci insegna che le persone tendono ad attuare comportamenti di favoritismo nei confronti del gruppo al quale sentono di appartenere. Parte della propria autostima può derivare dalla percezione che la squadra del cuore sia “migliore” rispetto alle altre e ciò comporta che si vada alla continua ricerca di occasioni di confronto sociale per dimostrare la propria superiorità.

L’individuo, incorporato nel gruppo, può subire una modifica del proprio comportamento, acquistando un sentimento di potenza per la numerosità dei presenti. Alcune azioni degli ultras costituiscono risposte automatiche legate a provocazioni, a stimoli situazionali. Di fronte a certe istigazioni degli avversari, che superano un non ben definito limite di tolleranza, entrano in gioco competizione, orgoglio e la pretesa di essere rispettati.

Altre situazioni sembrano piuttosto essere programmate e pianificate. La tattica e l’attenzione ai dettagli, tradiscono infatti la non casualità di alcune aggressioni. Quando esplode la violenza, si vanno a colpire cose o persone, non per quello che sono, ma per quello che rappresentano. Gli ultras, inoltre, con il loro comportamento, possono esercitare un potere contrattuale volto ad influenzare la strategia societaria della squadra.

La contaminazione del gioco calcio, con tutta una serie di significati ed aspettative mediatiche, esaspera l’immagine di un tifoso “virile”, forte, temuto e passionale. Non è forse un caso che nel gioco del calcio venga utilizzata una terminologia militarista che ricorda metaforicamente una vera e propria “battaglia”: allenatori che schierano giocatori, la difesa, l’attacco, un tiro forte come una “cannonata”.

I media dovrebbero evitare la spettacolarizzazione della violenza. Si registra nella società una tendenza al divismo, per cui la narrazione esacerbata del fatto sportivo, rischia di attrarre il protagonismo di coloro che vorrebbero a tutti i costi calcare la scena.

La passione per il gioco, il fervore, non devono per forza deviare in azioni violente. Promuovere la cultura sportiva all’interno degli stadi, può essere l’inizio di un significativo cambiamento che porti a godere dell’evento sportivo arginando i focolai aggressivi e violenti. Occorre veicolare un’identità positiva che porti anche genitori e bambini a sentirsi sereni negli stadi e ad immedesimarsi con quanto di virtuoso incarna uno degli sport che più rapisce gli animi degli italiani.

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