Sport Coaching

Sport coaching, le 4 fasi dell’attenzione

Parlare di allenamento mentale va molto di modo in questi anni, ma sappiamo davvero di cosa si tratta?

Sport Coaching, cos’è? Cosa fa? Come può essere utile a un atleta?

Domande che abbiamo rivolto al nostro coach Max Cilli. Buona lettura!

Se parliamo di sport, per attenzione intendiamo il focalizzarsi in maniera selettiva sulla prestazione della gara o dell’allenamento, ovvero il riuscire ad eliminare tutte le distrazioni non funzionali alla situazione contingente e che quindi sottrarrebbero energia al compito.

Ovviamente il solo decidere in maniera razionale di eliminare i pensieri o le condizioni dell’ambiente che ci potrebbero disturbare non è possibile, anzi, facendolo, prenderebbero ancora maggior spazio.

Ed ecco come la figura del Preparatore Mentale, in ambito sportivo, faccia fare la differenza all’atleta o alla squadra in termini di performance perché lavorando sugli aspetti emozionali e di pensiero, pone grande riguardo agli aspetti di attenzione e concentrazione. Anche se potrebbero sembrare sinonimi, attenzione e concentrazione sono due fenomeni distinti e consequenziali, in cui uno precede l’altro.

Il ramo del Coaching che prende in esame lo sport è appunto definita Sport Coaching e la figura rappresentativa di tale disciplina è chiamata erroneamente, a mio avviso, “Mental Coach”.

Dico erroneamente perché per Mental Coach si intende appunto “Allenatore Mentale”, che a differenza del trainer fisico, prende in esame gli aspetti “mentali” esattamente come accade per tutte le altre branchie del Coaching in cui è sempre l’uomo, con la sua unicità al centro dell’intervento. Infatti non esistono grosse differenze a livello metodologico nel seguire un atleta o una squadra o un manager o un gruppo di lavoro piuttosto che uno studente. Per cui tutti i Coach sono Mental Coach, non solo quelli sportivi.

Premessa necessaria anche per dare maggiore chiarezza anche a chi opera nel settore.

L’attenzione è un processo cognitivo che mi consente di scegliere alcuni stimoli e di eliminarne altri non utili alla situazione. Essendo un processo cognitivo, è involontario, non posso decidere di spegnerlo, per cui sarò sempre attento a qualcosa, ed è quel qualcosa che mi darà la direzione in cui sto andando.

Se sono in campo e la mia attenzione è presa dai “rumors” esterni come ad esempio i cori della squadra avversaria, o dalle scritte ingiuriose sugli striscioni o da quell’enorme tabellone che indica che siamo sotto di 2 gol, difficilmente darò il massimo perché la mia attenzione è catturata da elementi inutili.

La concentrazione invece è un’attività volontaria. Per capirci, se il sentire è un atto involontario, ovvero non possiamo decidere di non sentire, ascoltare, ovvero il capire quello che ci stanno dicendo è un atto volontario. Questa è la distinzione tra attenzione e concentrazione. Infatti la concentrazione, altro non è che la massima attenzione.

Quando siamo concentrati siamo nella massima attenzione, condizione possibile entrando nello stato di flusso o “flow”, in cui non esiste fatica e non esiste distrazione, ma il solo pensiero dominante è dare il massimo per vincere la propria gara o eseguire il proprio allenamento.

Lo stato di “flow”, è quello in cui anche i non sportivi entrano quando stanno svolgendo un’attività che oltre e renderli felici, li assorbe talmente tanto che perdono la cognizione del tempo e della fatica. Pensa al bambino quando gioca, non deve essere motivato, fa quello che gli piace e perde il senso di tutto.

Questo tipo di attività vengono definite “autoteliche”, in cui la stessa attività è una ricompensa, non c’è un secondo fine. Lo stesso fare è il fine.

 Le quattro fasi dell’attenzione

Alcuni studi sull’argomento ci indicano che esistono 4 tipi di attenzione:

Spaziale. Quella che ci consente di individuare nello spazio stimoli utili all’azione che si sta compiendo. Se fosse un calciatore che corre palla al piede, la sua attenzione spaziale è orientata a cercare la zona del campo strategicamente migliore al costruire un’azione da gol o guardare il compagno che gli alza il braccio per fargli capire che è smarcato.

Selettiva. Quella che ci determina la possibilità di poter selezionare tra più stimoli concorrenti, quello più utile in quel determinato istante. Il calciatore che deve tirare il rigore e si isola completamente dai rumors esterni riducendo sua attenzione alla sola esecuzione del tiro in porta.

Distribuita. Quella che consente all’atleta di porre la propria attenzione in più compiti contemporaneamente. E’ il caso del capitano della squadra che oltre a giocare deve richiamare la squadra, capire cosa accade a chi, deve rivedere gli schemi insieme al mister e tanto altro ancora.

Mantenuta. Ovvero la concentrazione. L’attenzione mantenuta a lungo ed in uno stato di flusso è appunto la concentrazione. In quel momento siamo al massimo delle nostre prestazioni utili al gesto atletico eseguito.

Molti atleti nel pre-gara fanno esercizi di visualizzazione magari ascoltando musica per attivare la loro concentrazione, altri hanno dei propri rituali che in un solo click li portano in modalità massima attenzione, ovvero concentrazione assoluta. E’ il caso di Valentino Rossi, che esegue quei riti definiti scaramantici da alcuni appena sale in sella nella primissima fase della pit-lane, ma che hanno la funzione di farlo passare da attenzione a concentrazione in pochissimi secondi.

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