Federica D'Astolfo

Federica D’Astolfo: il calcio per me è stato un dono

Una pioniera del pallone, una di quelle che ha lottato per una passione qual è il calcio, una donna che ha raggiunto la Nazionale quando erano solo in pochissimi a parlare di calcio femminile. Lei è Federica D’Astolfo e attualmente è allenatrice della Reggiana calcio femminile che milita nel campionato di Serie B.

Con lei abbiamo fatto quattro chiacchiere sul calcio, ovviamente!

Com’é arrivata alla Reggiana calcio femminile?

“Quattro anni fa, dopo un lungo ‘corteggiamento’ della presidente Elisabetta Vignotto la quale da tempo mi chiedeva di allenare la prima squadra. Ho sempre tentennato perché la mia vocazione è quella di allenare i giovani, i ragazzi. Come mi ha convinta? Con una squadra giovane. L’età media è di 16 anni! Giovanissime che al primo anno con me allenatrice, sono arrivate seconde e al secondo anno sono state promosse in B, serie nella quale militiamo da due anni. Quest’anno siamo riuscite a centrare il nostro obiettivo cioè la salvezza; l’unico traguardo al quale possiamo ambire proprio per l’età delle ragazze. La Vignotto mi ha inventata allenatrice, ora questo ruolo mi piace e vedo qualità e crescita ma, serve tempo ed esperienza”.

Per 14 anni hai allenato i giovani della Polisportiva Foscato. Che ricordi ha di quell’esperienza?

“Lavoro ancora con loro come educatrice. Nella struttura è presente anche un centro pomeridiano per ragazzi con problemi comportamentali e un campo giochi estivo per bambini disabili. Questo è il mio lavoro al quale cerco di dare un taglio sportivo; per me la relazione con i più piccoli aiuta a crescere, loro sono in grado di darti tanto e metterti sempre alla prova. Impari da loro più di quello che insegni. Amo quello che faccio e credo che l’attività sportiva sia un mezzo per lavorare sotto altri aspetti: ecco ciò che mi piace e che cerco di mettere in pratica ogni giorno”.

Il calcio femminile ai suoi tempi è quello di oggi: cos’é cambiato?

“Premetto che ci sono ancora tante cose da cambiare soprattutto per ciò che concerne le pari opportunità. Per me, che sono stata una pioniera del movimento, ti dico che è cambiato molto: non avevamo nulla ma abbiamo battagliato parecchio. Adesso qualcosa si sta facendo ma c’é tanto da fare specie a livello culturale. Talenti? Ci sono ma mancano progetti, investimenti a lungo termine da parte degli organi federali e della politica. Inoltre, rispetto ai miei tempi, si alzato il livello medio; prima c’erano più talenti ma un basso livello medio, ora il rapporto si è alterato: sono migliorati gli allenatori, la preparazione fisica e ci sono esperimenti tattici interessanti”.

La Nazionale italiana femminile guidata da mister Cabrini, come le sembra?

“Non lo conosco né come uomo nè come allenatore quindi non sono in grado di esprimere giudizi. L’unica cosa che sento di dire è che nel femminile ci vogliono persone che hanno a cuore il movimento, che hanno vissuto quel mondo e abbiamo esperienza. Se lui ci crede davvero e ha gli stimoli giusti, ben venga”.

Come ha accolto la città la finale di Women’s Champions League dello scorso maggio?

“È stata un’esperienza fantastica. A noi come Reggiana calcio femminile hanno chiamato per qualsiasi cosa. Le ragazze sono state al centro dell’attenzione, hanno girato la città con la Coppa dei Campioni e sono state protagoniste di uno spettacolo teatrale tratto dal libro Giocare con le tette. L’importante per noi è stato far passare un messaggio positivo al di là del calcio, speriamo non sia un fuoco di paglia e che abbia smosso qualcosa in città e in Italia”.Reggiana-Femminile

Ci racconta i momenti più belli della sua carriera?

“In realtà non ho un ricordo più importante o più particolare di un altro. Le partite, le vittorie, i trofei, le sconfitte sono tante e le porto nel cuore. A volte basta guardare una foto per far riaffiorare ogni singola emozione, ma c’è qualcosa che va al di là di tutto ciò. Quello che mi porto dentro sono gli insegnamenti di vita che applico nella quotidianità come la costanza, il sacrifico, la capacità di esser parte di una squadra, il rispetto delle regole. Ecco, credo nello sport come veicolo di apprendimento di valori e il calcio, per me, è stato un dono”.

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