Gabriella greison

Gabriella Greison: “Il calcio per me? Tutto o niente”

La guerra del pallone. Storie di vita e di calcio in Palestina. Leggere il titolo di questo libro e pensare: Wow! Anche lì si gioca a calcio? Acquistarlo, leggerlo e avere un desiderio incredibile di entrare in contatto con l’autrice Gabriella Greison.

Fortunatamente oggi esistono i social network, il web che permettono di accorciare le distanze e avere modo di “ascoltare” chi è lontano.

Dico quindi grazie ai social network e al web per avermi fatto incontrare una donna che, nel libro, descrive il calcio in Palestina come

“[...] il gioco, il piacere di tirare calci a una palla, il pretesto per stare insieme. Le partite di calcio non lasciano tracce sugli annali dei club [...] ma solcano prima di tutto delle linee importanti nelle vite delle persone.”

Ringrazio sentitamente Gabriella per aver scritto un’opera letteraria sportiva e giornalistica come La guerra del pallone e per l’intervista rilasciata in esclusiva per noi di Postcalcium.

Fisica nucleare, giornalista e scrittrice: chi è Gabriella Greison?

“Sono fisica, sono scrittrice, sono giornalista professionista, sono surfista, sono storyteller, sono curiosa, sono una buona ascoltatrice, sono un’instancabile sognatrice, e sono molte altre cose. Ho tante passioni, ho avuto tante passioni, e ho fatto tutto quello che volevo, ma devo ancora fare molto altro. Forse ho già vissuto sei mila vite. Beh, poco male, me ne restano ancora quattordici mila da vivere allora (è un calcolo a caso). Sono solo una che non si ferma un attimo con la testa, tutto qui. Ho una grande dedizione per il lavoro, è il solo aspetto della vita che prendo molto seriamente. Curo i dettagli più piccoli, e sono sempre lucida, forse, troppo; troppo presente a me stessa. E sono una spugna, assorbo tutto, rielaboro e rilancio, e questo è un problema a volte. Ma il vero problema, la vera condanna è che capisco tutto quello che mi circonda nei primi minuti in cui vivo qualcosa. E questo mi fa essere allerta, con una reazione immediata. E’ una condanna, come detto. Che molto spesso mi fa andare controcorrente”.

E il calcio, cosa c’entra con te?

“Niente. O tutto. Dipende da come uno mi guarda. Se mi guardi da lontano, tipo dalla Luna, allora capisci che il calcio per me è stato solo un pretesto, un modo per potermi esprimere liberamente. Ho iniziato a scrivere di calcio in una certa maniera quando ancora non c’erano tutti questi blog, o le riviste di oggi. Ora mi sono un po’ stufata, devo ammetterlo. Il calcio era un pretesto, per me, per parlare d’altro, una metafora della vita, un modo per raccontare storie piccole o immense. Le andavo a scovare, e le raccontavo. Le vivevo con stupore, e così le raccontavo. Allora, ai tempi in cui l’ho fatto in maniera seria, nessuno lo faceva, e quindi avevo una prateria davanti. Ma al posto del calcio, potevo scrivere di economia, di spettroscopia, non importa…capisci cosa intendo? L’importante è avere una prateria dove correre liberamente. Ero tra i pochissimi eletti nel circolo pickwick del calcio, mi aveva portato nella cerchia Corrado Sannucci, una grande firma come non ce ne sono più in giro. Ma, già poco tempo prima di lasciarci, pure lui mi consigliava di smettere col calcio, e continuare la strada del racconto, della scrittura, dello storytelling con altro. E così ho fatto. Anche perché c’è un tempo per fare tutto. Ora sono tornata alla fisica, e sto raccontando quest’altra mia passione. Non escludo un ritorno, certo, ma per ora non ho più stimoli nel calcio. Ho raccontato tutto quello che volevo raccontare. La fisica adesso è, di nuovo, la mia prateria. Einstein, Schrodinger, Dirac, Pauli, Marie Curie, sono loro i miei riferimenti indiscussi. Ma lo sono sempre stati. Leggevo le loro biografie scientifiche già quando avevo 13 anni”.

Gabriella Greison1Hai girato il mondo: c’è un luogo dove non avresti mai immaginato si potesse giocare a calcio?

“No, è proprio per questo che sono andata ovunque per raccontarlo. Perché il calcio arriva ovunque. E’ il solo argomento che permette a tutti di farsi capire. Lo diceva Borges, lo dice Valdano. Il calcio arriva a chiunque, ed uguale dappertutto. Poi, la cosa bella, è trovare le varie interpretazioni, i vari significati che si danno alla parola calcio, a seconda del posto sulla terra in cui ti trovi. Per questo sono stata a Cuba, come a Montevideo, a Bali come in India, a New York come a Dublino, in Scozia come in Qatar. O, come ultimo, nei territori palestinesi”.

A proposito di questi posti, il tuo libro La guerra del pallone racconta in modo intenso la vita in una terra dove il sangue scorre senza pietà e il calcio è una speranza di pace. Cosa ti ha spinto a scriverlo?

“Solo la curiosità. Tutto qui. Avevo la possibilità di andarci, e quindi ci sono andata. Avevo un giornale che mi pagava per scrivere questi racconti, e quindi li ho scritti. Non sono di parte, sono solo le cose che ho visto. Sono una cronista, quando si tratta di raccontare quello che vedo. Se c’è da immaginare, beh, no, allora è un’altra cosa: subentra il fascino della scrittura, la ricerca della parola ad effetto, la bellezza di un attacco, o la frase con il guizzo da buttare dentro ad un certo un punto. Se uno ha queste esigenze qui, queste che ho io, allora non può fermarsi, deve scrivere, deve pubblicare. Libri, reportage, tutto. Ora mi sto dedicando ad altro, al mio racconto in prima persona su un palco, da sola: si tratta di monologhi romanzati, che scrivo e interpreto. Un’altra sfida. La fisica la racconto così, ho deciso. Il primo si chiama monologo quantistico, racconto di come è nata la fisica quantistica…sono partita dalla cosa più difficile esistente al mondo. Come dire: mettetemi l’asticella lassù, lì in alto, che adesso prendo la rincorsa e salto…”.

Nell’opera letteraria di cui sopra, parli anche del calcio femminile. In Italia le calciatrici riusciranno mai ad avere il rispetto che meritano? 

“No”.

Tra le tue tante collaborazioni spicca quella con Gianni Mura, un grande del giornalismo italiano. Ci racconti qualcosa di lui?

“Non so che dire. Lo stimo tantissimo però”.

Il giornalismo sportivo italiano: pregi e difetti.

“Non ho nulla da dire che non sia stato già detto”.

Ultima domanda: hai ancora dei sogni da realizzare? 

“Ho cento mila sogni ancora da realizzare. Ma se uno si fa un giro sul mio sito: www.greisonAnatomy.com capisce subito, senza bisogno di andare sulla luna, che tutti i miei sogni sono alimento quotidiano, sono elettricità, sono conquiste straordinarie. Come dire, lo diceva anche Neruda. Potranno tagliare tutti i fiori, ma non riusciranno mai a fermare la primavera”.

One thought on “Gabriella Greison: “Il calcio per me? Tutto o niente”

  1. bellissima questa intervista e complimenti a Gabriella Greison per la sua energia e voglia di fare. Sicuramente un bellissimo esempio femminile da seguire!

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