“Assist” allo sport femminile: parola a Luisa Rizzitelli

manifesto meetingLo sport e le donne. Pensare a questo binomio per qualcuno può significare ancora e solo voglia di fare attività fisica per rimanere in forma e non ingrassare; in realtà le donne sportive sono atlete, proprio come i maschi. Ebbene sì, in questo campo non c’è discriminazione: esistono gli atleti e le atlete. A parole. Nei fatti, almeno in Italia, sono troppe le discipline in cui le donne non vengono proprio considerate… Un esempio banale? Il calcio.

Proprio con l’intento di “tutelare e rappresentare i diritti collettivi delle atlete di tutte le discpiline sportive operanti a livello agonistico, e degli operatori e operatrici del settore (allenatori, manager sportivi, professionisti della comunicazione)”, il 3 marzo del 2000 nacque Assist (Associazione nazionale atlete) grazie a Luisa Rizzitelli, Manù Benelli, Eva Ceccatelli, Sara Pasquale e Vanessa Vizziello.

Quindici anni di attività che il prossimo 26 settembre a Roma sfociaranno in un evento unico: il Meeting nazionale dello sport femminile, reso possibile grazie all’Associazione italiana calciatori (Aic), Giocatori italiani basket associati (Giba), Associazione italiana pallavolisti (Aipav), Associazione italiana rugbysti (Air), Associazione italiana giocatori di pallanuoto (Agp) e Associazione italiana allenatori di calcio (Aiac).

Postcalcium ne ha voluto sapere di più, e lo ha fatto attraverso questa intervista a Luisa Rizzitelli, ex pallavolista e presidente dell’associazione Assist.

Come nasce il progetto Assist?

“Assist è nata quasi per caso 15 anni fa, dopo un convegno che avevo organizzato sullo sport femminile. Ci trovammo al pranzo finale con le nostre invitate, tutte grandi campionesse di discipline diverse e restammo basite nel constatare che avevamo gli stessi problemi: scarsissima considerazione, investimenti economici ridicoli, nessuna rappresentanza nei luoghi decisionali.  Lanciammo l’idea di costituire l’associazione e io incomincia a darmi da fare, girando l’Italia e parlando con le Nazionali azzurre. Costituì un comitato promotore, ottenni il prestigioso patrocinio della storica associazione Telefono Rosa e, con 5 amiche fantastiche, fondammo Assist. Era il 3 marzo del 2000”.

Quali radici ha il suo impegno verso il mondo sportivo femminile?

“Le radici partono da una foto con mia madre che mi portava a giocare a tennis: avevo 6 anni. E’ lei che mi ha insegnato a difendere sempre i diritti di ogni individuo e ad amare lo sport. All’età di 14 anni praticavo a livello agonistico basket, volley e tennis contemporaneamente, poi mi hanno costretta (giustamente) a scegliere e sono stata una atleta professionista ‘di fatto’ di pallavolo per oltre 14 anni. Una volta smesso di essere atleta, sono diventata una manager sportiva, studiando e imparando come una spugna. E’ da quell’esperienza, di atleta prima e di manager dopo e quindi sulla mia pelle, che iniziato le mie battaglie per i diritti delle donne nello sport”.

 Qual è il principale problema per le sportive qui in Italia?

“Innanzitutto un’inaccettabile sotto-considerazione: meno soldi, meno visibilità, peggiore organizzazione all’interno delle Federazioni, scarsissima rappresentanza di donne nelle posizioni dirigenziali sia delle istituzioni sportive che nei grandi club. E poi l’assurdità che nessuna donna, nemmeno quando vi siano tutte le condizioni economiche e organizzative, possa accedere alla Legge 91 del 1981 sul professionismo sportivo. In Italia, le donne sono tutte ‘dilettanti’. Per legge. No, non siamo affatto messi bene, nonostante qualche passo in avanti sia stato fatto. Anche perché, diciamolo, le donne da 20 anni a questa parte stanno portando una valanga di medaglie”.

Una disciplina che forse risente maggiormente di limiti e pregiudizi è il calcio femminile.

“Non c’è dubbio, ma mi creda sono in buona compagnia. Il calcio ha sempre avuto l’alibi della sproporzione tra il seguito e il movimento economico che divide il calcio maschile da quello femminile. Ma la miopia sulla potenzialtà del calcio femminile in Italia non ha scuse. In Canada ai Mondiali, decine di migliaia di persone hanno riempito stadi enormi, in Italia, alla finale di Coppa Italia, le atlete si sono dovute disegnare le linee del campo da sole… A riguardo, mi piace però sottolineare che oggi le atlete più coraggiose e determinate nel rivendicare i propri diritti mi sembrano proprio le calciatrici, con in testa la loro campionessa ‘simbolo’,  Patrizia Panico (una che quel 3 marzo del 2000 era già al nostro fianco..)”.

Quale obiettivo si pone il Meeting nazionale dello sport femminile del prossimo 26 settembre?

“Il Meeting Nazionale dello Sport Femminile si svolgerà a Roma il 26 settembre (dalle 10 alle 13.30) e ha tre parole chiave su cui punteremo l’accento: le discriminazioni, i diritti, l’immagine delle donne. Sono tre elementi che vogliono portarci a una grande occasione di denuncia, ma anche di proposta. E la vera novità è che non parlerà solo Assist, ma tutti i maggiori sindacati insieme e soprattutto le atlete in prima persona”.

In qualità di presidente dell’associazione Assist, quale sogno vorrebbe veder realizzato per le atlete?

“Che non debbano più chiedere diritti come se fosse un’elemosina. Vorrei anche vederle molto più decise e determinate nel pretendere ciò che spetta loro. Vorrei ricordare che lo sport italiano (e quindi anche le Federazioni) vivono di soldi pubblici: la dignità, il rispetto, investimenti adeguati e rappresentanza femminile non possono essere un optional. Sono un diritto sacrosanto su cui alzare la voce. Magari proprio con Assist  che non ha nemmeno un conto in banca, ma coraggio, competenze e determinazione da vendere”.

 

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